Una casa a due piani bianca, di quelle a schiera che immagini nelle periferie statunitensi, impressa su carta da un fotografo in corsa, è la copertina di “Resilience Blues”, disco del gruppo romano Xayra, composto da Gian Mario Bachetti al basso, Italo Ragno alla batteria, Costantino Ragno alle chitarre elettriche e Massimiliano Speri alle chitarre elettriche, chitarre acustiche, pianoforte, sintetizzatori, armonica e voci. Siamo partiti dalla descrizione della copertina del disco perché la stessa è evocativa della musica incisa in esso, il quale, tra l’altro, ha come serigrafia del supporto digitale un spaccato di cielo(almeno io così l’ho inteso) privo di scritte. “Resilience Blues” è un disco marcatamente “indie”, come si usava dire tempo fa, caratterizzato da un’alternanza di post-rock con aperture slowcore e declinazioni più “mainstream”, si ascoltino “I Might Be Happy” e “Useless Escape From My Sweet Terrible Nowhere”, o mini-suite, perfettamente rappresentate tanto dal minuto e quarantanove secondi di “..And Then, The Sacrifice” – brano che si apre con sola voce e pianoforte per poi irrompere nel quattro volte ripetitivo e “arrabbiato” refrain “HOW COULD I’VE BEEN SO STUPID? I WISH I COULD COME BACK” e poi chiudere con una strumentale coda free-form – , quanto dai dieci minuti di “An Endless Aeon Of Silly Silly Sorrow”, brano questo che con le sue atmosfere e cambi di ambientazione (come il quasi salto da vinile a metà pezzo e il seguente battito “sincopato” su recitato), forse meglio condensa l’intera intenzione creativa dei Xayra. Un’ultima considerazione va fatta sulla particolare voce che accompagna l’intero disco, suggestiva e che da maschile assume spesso caratteristici toni “androgeni” e che è un indubbio punto di forza dell’intero lavoro discografico

(Xayra “Resilience Blues” – Marsika Yersinia)