L’immagine fotografica consumata, con un piede “storto” su un “approach” da bowling, una boccia che cala, accennata, in scena dall’alto e i birilli, punto di fuga, ancora tutti in piedi, fa da copertina all’extended play “Jackie”, primo lavoro discografico dei Three Horns, composti da Alessio Bertucci: lead vocals and backing vocals, electric and acoustic guitar, synth, dobro, banjo, keyboards, percussions, glockenspiel; Michele Romagnese: lead vocals and backing vocals, bass, megabass, percussions: Simone Gabrieli: drums, percussions. Per restare in tema(?) con le passioni del gruppo che definiscono il loro EP “una personale opera ricca di citazioni cinematiche” (Cinematiche(?) – le intendo come cinematografiche, anche se il “moto” è indubbiamente presente nel disco) la copertina mi richiama alla mente “le piste” del “The Big Lebowski” e che se per lingua inglese del cantato l’accostamento può fare strike, scorrendo le tracce del disco il suono, pur restando da rock duro e puro made USA, assume, spesso e soprattutto nelle linee vocali, una ruvida brutalità che lo spinge verso un versante canoro da amante degli “eccessi” metallari. Apre l’hard rock classico e molto anni settanta della godibile “California” con il suo “collaudato” riff di chitarra e l’interessante apertura in “assolo” centrale. Con “Evil Dead” il “male” inizia a farsi avanti e l’EP si indurisce a eccezione del psichedelico passaggio che fa ingresso “dalla porta” al minuto 2:00. Il brano che dà il titolo all’EP segue gli schemi propri delle grandi ballate del genere rock/metal: arpeggio di chitarra, aumento di ritmo progressivo, rallentamenti, voce cupa, esplosione finale, ritorno alle origini. Con “Half Life” siamo oramai lontani dalle più morbide sonorità iniziali e i Three Horns consacrano la loro vocazione da motorbike “arrabbiati”. “Mitchigan” è forse, per chi scrive, il brano più interessante dell’intero lavoro con un bel giro di basso su intreccio di chitarre, cambi di ritmo e spasmi da “gasolio”. “Flight Velasquez” è il giusto volo in corsa rotto da un improvviso precipitare e impatto nella coda finale. “Jackie” si chiude con la bella (per me) “The balland of the lonley man”, dal sapore da deserto “USA/messicano”

(Three Horns “Jackie” – Marco Sica).