Nel 1978, i Pere Ubu danno alle stampe il loro primo disco: “The Modern Dance”, uno (a parere di chi scrive) dei più belli e seminali LP di tutti i tempi, per un gruppo che senza dubbio è stato il complesso più originale e importante della new wave.

Già il nome, tratto dalla pièce teatrale l’Ubu Roi del padre del teatro dell’assurdo e della patafisica Alfred Jarry (consiglio vivamente la lettura del suo “Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico”), apre la strada alle intenzioni artistiche del gruppo, fuori da ogni schema, e guidate dall’eterna e inarrivabile voce recitata di Davis Thomas.

Domenica 9 settembre, nell’ambito del Live Rock Festival di Acquaviva, i Pere Ubu, impegnati nel loro Monkey net Tour, hanno presentato al pubblico il loro ultimo lavoro discografico “20 Years In A Montana Missile Silo”.

Ritengo inutile soffermarmi sul valore artistico di tale disco, essendo sostanzialmente la produzione discografica dei Pere Ubu, dopo la splendida intuizione degli esordi, rimasta qualitativamente inalterata nel tempo ed anche, sostanzialmente, costante nelle proprie ripetute caratteristiche che, con “20 Years In A Montana Missile Silo”, ritrovano un’anima d’altri tempi.

 

Mi preme, invece, sottolineare un duplice aspetto, che è emerso dal concerto del 9 settembre.

Il primo è che a distanza di quarant’anni, i Pere Ubu sono rimasti fedelissimi alla linea, ancora ancorati ai loro ideali di musica, totalmente scevra da un qualsiasi aspetto commerciale e carica di concetti in parole e musica (basti pensare che l’ingresso al Festival e quindi il concerto era gratuito).

L’altro, è la forza di volontà di un uomo (David Thomas) che con evidenti gravi problemi fisici (portato sotto braccia sul palco, munito di bastone da passeggio, e fatto accomodare su di una sedia, dalla quale ha cantato per l’intera serata), non ha risparmiato nulla né a se stesso né alla sua musica, continuando a interpretare le proprie canzoni con una “eterna e inarrivabile” (mi ripeto volutamente) voce: un esempio per ognuno di ciò che dovrebbe essere fare “arte”.

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Tutto il resto è solo sterile commento per un’esibizione live di altissimo spessore, tra rock deviato e rumorismo puro, improvvisazione e delirio lirico …

Marco Sica