L’urtica dioica si sa, è una pianta erbacea che, se a contatto con la cute, “punge” e genera prurito. E pungente e pruriginoso è il lavoro di debutto di Giovanni Zampieri, in arte Kerouac, dal titolo, appunto “Ortiche”; un lavoro discografico composto da nove brani che il ventunenne studente di sociologia ha scritto lungo un periodo di quattro anni.

Così, se Kerouac ha esigenza di costruirsi “un rifugio antiatomico“, per proteggersi dalla disillusione, affidandosi al “vuoto cosmico” e a due “ali di cartone“, fa comunque sentire la sua voce di protesta per chi è restato fuori dalle moderne leggi sociali, indossa “divise” da angeli ribelli nel purgatorio contemporaneo.

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Non a caso in rassegna stampa si legge: ““Ortiche” è un concept-album politico, racconta con toni drammatici e spesso volutamente espressionisti la presa di coscienza del mondo da parte di un ragazzo, mescolando la rabbia verso le ingiustizie, l’amore che isola e annienta per una ragazza dai capelli viola, una dolce amarezza come un ossigeno plumbeo che si respira ovunque, il disincanto e l’impotenza di fronte alla pervasività del potere … Tuttavia le liriche riflettono in varie forme i pensieri dell’autore, le critiche alla società contemporanea e le ipocrisie della quotidianità, inserendo in “Rifugio” il suono delle monete di “Money” dei Pink Floyd e in “Divise” un campionamento tratto da un’intervista di Massimo Bitonci, ex sindaco di Padova (Lega Nord), in cui afferma che “i parchi servono per i bambini, non servono per i clandestini”.
Kerouac chiude “Ortiche” dando appuntamento al “Capolinea“, dove lui aspetterà, “a costo di sbiadire“, lasciando trasparire una speranza rinchiusa nell’attesa di un sentimento …

Marco Sica