È la seconda volta in pochi giorni che mi trovo a leggere un libro e a domandarmi: “cosa sia la musica e soprattutto cosa possa essere, e fino a che punto la sua forza comunicativa sia in grado di diventare universale linguaggio, ecumenico viatico espressivo, capace di divenire sostanza intrinseca a ogni forma d’arte”, e a darmi come risposta che tale domanda: “è un interrogativo che probabilmente resterà inevaso, tanta è la sapienza che la musica ha nel sapersi rinnovare e nell’andare a riempire i vuoti della nostra esistenza”.

Tale osservazione si è riproposta ogni qualvolta la lettura di un romanzo è stata accompagnata da una colonna sonora scritta per il romanzo stesso; in questo caso si tratta del bel romanzo di Donato CutoloOcchi chiusi spalle al mare” (edito dalle Edizioni Spartaco) e dalla splendida colonna sonora (compresa come download con l’acquisto del libro) composta da Rita Marcotulli e dalla stessa eseguita al pianoforte con il supporto di Sergio Rubini come voce narrante, Fausto Mesolella alla chitarra, Mariano Iannotta alla noise guitar, Mariateresa Federico alla voce, Yasmeen Buds ChoirMagic Lamp (coro di bambini palestinesi) nella traccia di chiusura e Donato Cutolo ai paesaggi elettronici e synth.

Eppure mi è parso di udire la tua voce, di notte, un intervallo di silenzio durante il canto di cicale. Veniva dal mare”, si legge nel libro e si sente, in “Koiné” (brano di apertura della colonna sonora), recitata da Sergio Rubini; e dal mare, con lo struggente carico emozionale e di una vita vissuta, sofferta, straziata, dei profughi, dei rifugiati, il canto, sincero e passionale che accompagna la lettura del romanzo, è in tutti i 10 evocativi brani del disco.

A “Koiné” segue “Them”, ottima rilettura personalizzata della celebre “Us and Them” dei Pink Floyd, dalla Marcotulli arrangiata alla sua maniera e disturbata, in sottofondo, dalla chitarra di Iannotta e dalle conversazioni radio dei piloti americani durante la Guerra del Golfo che conducono alla malinconica “Imaginary Rainbow”, dove “sopra l’arcobaleno”, compaiono le didascaliche voci di bambini palestinesi e siriani che raccontano ora i propri sogni, ora i propri timori con le loro grida di paura (caratteristica, questa dell’intero disco), nonché il sentito vocalizzo di Mariateresa Federico.

In “Jasmine, Youssef”, il mare, i gabbiani e un canto di bambino fanno nuovamente da musica concreta alla voce narrante di Rubini: “Davanti a lei una distesa di terra fonde tutta la sua mole nell’acqua che l’accoglie tra le onde e la porta con sé … davanti a quell’immenso è nuda, chiude gli occhi, li spegne … una lacrima cade giù fino alla sabbia dei fondali e lì, nel silenzio, cerca il dorso di una mano”.

Nell’ondeggiante pianoforte di “Waves and Wind”, è nuovamente protagonista il vocalizzo di Mariateresa Federico e si fa ancora forte la noise guitar di Mariano Iannotta.

Il buio torna a piombare” sui profughi, ma la voce di “promessa” di Rubini e le note di speranza diella Marcotulli tracciano una via di luce in “Presenze”.

La chitarra di Fausto Mesolella e il coro di bambini palestinesi Yasmeen Buds Choir, Magic Lamp congedano la colonna sonora e, a loro modo, l’intero romanzo che, con gli Occhi chiusi spalle al mareDonato Cutolo dà alle stampe in modo sentito, nella sua diretta “semplicità” narrativa dal poetico contenuto sociale e umano.

Su il Roma, parlando di “Occhi chiusi spalle al mare” (per dedicare anche qui due duovute e necessarie righe al libro), ho avuto modo di scrivere:

Dopo aver lavorato al silenzio e in silenzio tutta la notte, ogni cosa ritrae la sua anima in attesa del nuovo giorno”, e nel personale “Viaggio al termine della notte” di Donato Cutolo, un “vento leggero sale dal mare profondo portando con sé storie di vite lontane. Granelli di sabbia” che uno dopo l’altro, nell’ineluttabilità di un “tempo senza movimento” e di un “silenzio” che “galleggia nell’aria e avvolge le cose”, compongono il nostro universo interiore nel rapporto con noi stessi e con coloro che ci circondano e che incontriamo nel corso della nostra esistenza.

E così è per il protagonista Piero, “introverso e schivo … cresciuto all’ombra di un padre distante” e nel ricordo di una madre e delle sue “promesse” che “a un figlio vanno mantenute”, e che fedele agli insegnamenti materni, per una promessa fatta, darebbe la vita nel suo incontro con le barbarie di chi dalla propria terra, dalla propria casa è costretto, clandestino, a fuggire a causa degli occhi chiusi dalla cecità dell’umana cattiveria.

Piero sedette su una panchina, accavallò le gambe e iniziò a leggere il reportage con molta attenzione: alternò momenti di rabbia a forte commozione, fu catapultato in un altro mondo …”, in quel mondo non libero e privo di ogni definita certezza, “nel limbo di quella prigione, in quella vita che non è vita”, nei “giorni e settimane in attesa di conoscere il proprio destino e la propria destinazione, sospesi tra i timori di un rimpianto coatto e l’anelito di una nuova vita…”.

Nel corso del romanzo la consapevolezza di Pietro cresce e si lacera di ferite e di cicatrici che resteranno sulla sua pelle come “sulla loro pelle (di Jasmine e Youssef) erano ancora vivi i tagli della clandestinità”; Piero compie il suo percorso e si affranca dal passato nella caparbia speranza di un possibile futuro diverso per chi, su questa terra, soffre.

Indubbia è l’enorme attualità di questo racconto di migranti, il cui peso “sociale” è stigmatizzato dalla scelta di accompagnare la lettura con una colonna sonora.

Una giovane soldatessa mi ha bloccato chiedendomi della mia bomba e della mia preghiera. Mi sono scusato dicendo: “Non combatto e non prego”. “Perché sei venuto a Gerusalemme allora?” “Per passare tra la bomba e la preghiera, a destra macerie di guerra, a sinistra macerie di Dio, ma io non combatto e non prego”. “Cosa sei?” “Un biglietto della lotteria tra la bomba e la preghiera.” “Cosa ci faresti? Cosa faresti se vincessi?” “Comprerei un colore per gli occhi della mia ragazza” (Mahmud Darwish, “Una trilogia palestinese”)”.

Marco Sica