Esistono gli atti di fede ed esistono gli atti della ragione. Esiste, poi, un mondo che resta sospeso tra l’anima e la mente, un mondo di ancestrale e primigenia natura dove superstizione, magia e credenza si uniscono e generano miti e religioni.

Uno dei libri che mi ha più affascinato è stato “Il ramo d’oro” del padre dell’antropologia James Frazer e il “filo” in esso contenuto che dalla magia conduce alla religione e con essa agli innumerevoli pantheon, teogonie e teologie che da sempre hanno impegnato e condizionato l’uomo legandolo (partendo dall’etimo che si trae da Lattanzio: “Hoc vinculo pietatis obstricti Deo et religati sumus; unde ipsa religio nomen accepit – Per questo vincolo di pietà siamo stretti e legati a Dio: onde prese il nome la stessa religione”), con “l’ossimora” speranza di liberazione, a quel mondo così “assurdo” nel quale non si può che prestar fede: “Credo quia absurdum” recitava Tertulliano.

Ed è di quel mondo dell’assurdo, nel quale si può solo credere, anche la musica; ed è nella divinazione di tale “assurda” arte che prende voce “l’invocazione” che dà il titolo al nuovo EP di Nino Bruno e le 8 Tracce: “EHI DEI” (Nino Bruno alla chitarra e voce, Zaira Zigante alla voce e percussioni elettroniche, Massimiliano Sacchi al clarinetto, Peppe Sabbatino alla batteria e Giulio Fazio al piano e organo Farfisa). L’Extended Play si apre con l’invettiva di “Calipso” all’invidia e all’ingiustizia divina, un brano in cui la dea abbandona la dimensione omerica e mitologica per incarnare, con la sua voce femminile, il canto di protesta di tutte le donne (“Aurora, Cerere e le altre sorelle di sventura”) verso l’arrogante prepotenza di un mondo ancora troppo poco votato al femminile; un canto che partendo da un tessuto elettronico si fa rabbiosa speranza nella bella coda strumentale di chiusura, dove la voce diventa un “sussurro” avvolto dal magma sonoro. A “Ehi Dei (Calipso)” segue l’ottimo arrangiamento dell’aria rinascimentale “Flow my tears” di J. Dowland scritta nel 1596 come pezzo strumentale col titolo Lachrimae pavane, un pezzo in cui la voce e gli strumenti tagliano il confine tra l’eleganza di un chansonnier e la seduzione di un gitano latino, quale (s)fondo a una cupa preghiera di pianto: “Flow, my tears, fall from your springs! Exiled for ever, let me mourn … Hark! you shadows that in darkness dwell, Learn to contemn light Happy, happy they that in hell Feel not the world’s despite”. Anche qui, come già per “Calipso”, il tutto pervaso da reminiscenze lisergiche e psichedeliche. Con il terzo brano “Itaca Bagno di Sangue” si torna a dimensioni “epiche”, e se la mattanza dei Proci è ben descritta dalle tensioni e risoluzioni musicali, l’arrangiamento, in pieno stile progressive anni settanta, riporta l’ascoltatore indietro di oltre quarant’anni, con un suono però snellito da quell’elefantiasi che troppo spesso era il limite di tale movimento e dotato (qui) di un suo giusto equilibrio. L’EP si chiude con “Tips for Winter”, ballata dal ritmo sostenuto, che con la sua tridimensionale ariosità ripulisce dal sangue del “baccanale” di Itaca, riconsegnando all’orecchio più profondi spazi tra cui viaggiare.

Marco Sica.