Q: “Che specie ‘e bestie stanno int’ ‘a ‘stu disco?”
A: “Splendide creature canore …”

Ti capitano tra le mani oggetti, come “oopart”, fuori tempo. Così sul mio “piatto” udito sta girando in questi giorni un disco “fuori tempo”; “fuori tempo”, appunto, per la sua atemporalità. Un disco non collocabile né tra generi (musicali) né tra numeri (di annualità). Un disco che è il parto della mente e dell’animo di un sassofonista napoletano dal lungo e intenso vissuto personale e artistico in termini sia di quantità che di qualità. Un breve incipit calcistico, nell’ironica coincidenza di nomi che la vita spesso propone, dà, con la passione campanilistica (nel senso più puro e priva di ogni grettezza), il chiaro senso di chi è il responsabile del tutto. Di chi “è stato”. Chiarisce da subito chi, di questo lavoro discografico, si è assunto ogni responsabilità, verso se stesso e verso l’ascoltatore. Un incipit che come ponte verso una Copenhagen che, più che “triste”, è notturna, da “inseguimento” jazzistico e dallo splendido tema che muore in aperture e cambi anni settanta che io spesso amo definire “Aja”. Il disco prosegue con un Hansel e Gretel partenopei alle prese con un ben più impegnativo e “accorato” “Palazzo di marzapane”, ubicato nel cuore della Napoli spagnola e a tratti moresca, un sofferto lamento al quale manca solo la parola per renderlo un “classico” della più bella canzone tradizionale e che con una geniale “rottura” trasforma un noto “pozzo di rospi” in un canto da batrace wah wah. Il gioco di parole che rende il “regista delle colonne sonore” un “ualleroso cascamorto” è ossimoro di un brano tanto “sentito” quanto disturbato da un sottofondo “noise”: è il canto di una sirena su una piattaforma petrolifera. Anche se faranno, poi, male, a me i “Polifosfati” piacciono particolarmente, soprattutto quando sono ingredienti uniti a una splendida batteria senza compromessi, a un synt che ti “spiazza” il cuore e alle già citate e care atmosfere “Aja”. “A metà strada” del disco un fiato e un basso sono il “rifacimento” che avrei sempre voluto fare: mi torna alla mente un “pezzo” del mio passato e del mio vissuto musicale che ho tanto amato. Dopo “Vico Primo Parise n. 8”, proseguendo in quella direzione, verso la stazione “centrale”, ci sta “Vico Guardia 45”: un vicolo notturno, lastricato da “metallico” basalto che porta a nuovi inseguimenti sulle tortuose strade, dalla visuale “distorta”, di una “L.A.S.” da “art déco”, per poi condurre a un tanto classico quanto immaginario raccordo che unisce un’elegante Parigi a una legante Lago Patria e a un sintetizzatore che preannuncia un finale da crocicchio verso un “fantasmatico” futuro di nuove sonorità elettroniche da remix. In sostanza, un sincero grazie a Giuseppe Colucci che ha dato a me splendidi ed emozionanti momenti di ascolto e consegnato a Napoli un altro bel disco, opera di un suo figlio, da mettere nella “discoteca” delle eccellenze musicali “partenopee”.

(Lowe Budget – Giuseppe Colucci & Divieto di Swing) – Marco Sica

nelmuschio.