L’oreficeria” di Davide Viviani è un disco che si semina con perfezione nel solco di vinile scavato dalla tradizione più pura del cantautorato italiano.

Otto tracce, per altrettanti acquarelli d’autore cantati in italiano e in vernacolo (con la sola eccezione del brano di chiusura in inglese, l’unica nota fortemente fuori posto a parere di chi scrive). Otto piccoli lavori di oreficeria (appunto) a spiegare come un buon disco possa essere ancora contenuto nella brevità di  dei vecchi LP, senza dover necessariamente eccedere in un minutaggio che non sempre garantisce qualità.

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Viviani, con questo suo ultimo lavoro, non è mai sopra le righe, non eccede mai in estremizzazioni, non esplora mondi nuovi ma al contempo  non segue pedissequamente rotte già percorse; semplicemente condensa il buono della familiarità rassicurante del già sentito (come positività) con il suo gusto personale e con liriche ricercate e intime di quell’intimità che alla fin dei conti è linguaggio universale.

Così, se il “mondo è per lo più una cosa a metà tra l’idiozia e la nobiltà”, bagnato dal “mare di paure che ognuno di noi ha” e nel quale ciascuno di noi deve necessariamente navigare, un mondo con un “cielo commosso”, per Viviani,  quando “vita è proprio così” …., non resta che “pensare alle possibilità che non  si avranno più“.

 

Se, poi, la “Creatura Banale” infligge sia il “bene che il male“, “L’oreficeria” allo stesso modo ci parla del bene e del male del nostro quotidiano ma, a differenza della sua creatura, pur senza particolari sorprese, non lo fai mai con banalità.

Marco Sica