Prendendo spunto dalla ristampa on-line (su etichetta elettronica) e della sua disponibilità dal 1 maggio 2017 su spotify, I-Tunes, ecc, ho (ri)dato “ascolto” ai LEV e al loro disco d’esordio “Hanno ucciso Ulrike Meinhof” e non ho saputo resistere al fascino della sua splendida copertina che si fa “locandina”: un uomo e una donna nudi che si lasciano avvolgere da una bandiera con falce e martello in campo rosso su una spiaggia incontaminata.

Immagine, questa, troppe volte insensatamente censurata da un benpensante bigottismo (da ultimo su alcuni portali on-line di “musica liquida”) che non è in grado, nella sua cecità, di guardare oltre l’evidenza sensoriale, limitandosi alla superficie piatta di un ben più profondo mare vivo di viventi significati. La (purtroppo persa) naturale e primigenia nudità di un’umanità che si avvolge di un ideale, di un principio, della volontà di essere un essere umano esiliato da un paradiso terrestre perduto (ma esistente), è la condizione alla quale tutti noi dovremmo tendere … ma che invece nascondiamo dietro pregiudizi, senza lasciarci né avvolgere né coinvolgere. Chi abbia ucciso Ulrike Meinhof (impiccagione/suicidio o omicidio di una donna lucidamente folle o solo piacevolmente insana) è un interrogativo inevaso … ma che trova risposta in: noi. Noi che abbiamo ucciso prima di lei o di un qualsiasi cristo (uomo) in croce la nostra nudità umana … con un pudore morale che è il vero peccato originale dell’uomo. Ebbene, aldilà di ogni considerazione musicale, i LEV rappresentano ancora la vecchia rabbia giovanile, la protesta pura che non si piega a “bombe intelligenti” e che non si rassegna ad accendere, in preghiera, un cero alla propria vita per poi non ritrovarsi più. Lo stilema narrativo del gruppo si può dividere in due anime, una prima violenta con richiami punk, noise e hardcore e una seconda più pacata e riflessiva, entrambe ben interpretate, anche se (a solo gusto di chi scrive) il versante cantautorale, in ragione delle belle liriche e delle attitudini vocali di Mauro Sommella, è di livello superiore. Il disco si apre con l’impeto incendiario di “Dall’esterno” brano da motorbiker oltre la cortina di ferro, caratterizzata dal centrale evocativo rallentamento parlato “in lingua” su splendido giro di basso e rumori di chitarra. “Nuova militanza” è un incedere marziale, con aperture psichedeliche, verso una morte come necessaria fine per una nuova rinascita. Per non rischiare di “vendere nostalgia” i LEV maturano un “frutto” – e “Questo è il frutto” – in mutazione che da rock ‘n’ roll deviato diviene viaggio in incubi metallici. I 37 secondi di “Un’espressione di vitalità” è il solo preludio alla splendida “Bombe su Kabul”, un brano che ricordo suonato nei locali di Napoli già quindici anni fa e che riascoltandolo oggi continua a emozionarmi come allora per liriche, per il martellante riff di chitarra e per il ritornello da “resistenza”. La chitarra in “Macellai” è, appunto, da macello e mattatoio e mantiene ancora il disco su timbriche dure e “incazzate”. Con il brano “Dall’interno” inizia l’ideale side b del disco, dove la musica si fa più dolce, meno distorta e inizia a virare verso un cantautorato più “intimo” che qui si fa onirico west-coast. “Casa” è una sinuosa e accelerata ballata, a tratti lisergica, da assedio comunista a Fort Alamo. Con “In Agosto” siamo oramai lontani per stagioni e clima dagli inverni “siberiani” d’inizio disco e viaggiamo su morbide e schiumose sonorità da “scatola chiusa”. Più si va avanti con le tracce, più il disco si fa intimo e caldo e ricco di tante “Piccole cose” di piacevole ascolto, con una liberazione dei testi dalla “pesantezza da metallo” dei primi pezzi, e conseguente valorizzazione degli stessi. “La vita è un buco nero”, altro piccolo astro non imploso, è un rock ‘n’ roll da rodeo dall’inizio percussivo ruotante sull’orizzonte degli eventi da cui la luce riesce però a fuggire anche se “nemmeno nel pensiero ci si rivela veri”. “Ceci”, oltre a dare sfondo alla grafica dell’interno del disco, è il brano più irridente e spensierato con i suoi riuscitissimi cambi di ritmo e il baccanale del finale che ti confinano come dentro un quadro di Mirò. L’ultimo brano è anche “La prima cosa che farò”, retto da suoni acustici e da un’armonica a bocca. Che sia questa l’indicazione di una probabile via per un futuro musicale dei LEV?

(LEV “Hanno ucciso Ulrike Meinhof” – Marsika Yersinia).