I Kaiju irrompono nella scena musicale indipendente con un sound roccioso e progressive, mescolato a molte influenze che ripercorrono diverse ere musicali e stili, in un melting pot notevole e prodotto ottimamente. Il sound sembra quasi non credere in tutto ciò che in questo momento in Italia prende sempre più piede, come se i Kaiju fossero bloccati in una sorta di bolla spazio temporale che non rappresenta assolutamente un difetto della formazione, anzi, un pregio che pochi possono vantare di avere ovvero il fare ciò che si vuole e che si crede con la propria arte senza sminuirsi a logiche commerciali da quattro soldi. Tecnica, precisione e crossover sono le tre parole chiave per apprezzare i Kaiju che con il loro omonimo album danno un forte scossone agli ascolti giornalieri senza “se” e senza “ma”. Un rock progressive che non si vedeva da tanto in giro e che potrebbe rappresentare un ottimo spunto per molte bands che vorrebbero riprendere le chitarre in mano per ridare dignità ad un genere per troppo tempo ormai dimenticato. Brani come “Italy is a bitch” e “Self Aftermath” rappresentano ottimi biglietti da visita per un ascolto consigliatissimo per gli amanti delle chitarre suonate in un certo modo (direi, ottimo) e per chi invece vorrebbe cominciare un nuovo ascolto non vincolato alle logiche indie o alternative. In sostanza l’album dei Kaiju è sicuramente un album per intenditori ma che potrebbe far sorridere anche chi non ha mai ascoltato del sano rock progressive. Un album di pregiata qualità pieno di influenze degne di nota che potrà farsi apprezzare di certo al di fuori dei confini italici.

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