Articolo a firma di Marco Sica pubblicato sul Roma del 2 febbraio 2018

“Se c’è “Qualcosa ca nu’ mmore”, quel qualcosa è James Senese; è quel melting pot ferroviario che come stazione, in uno di partenza, di transito e d’arrivo, è miscellanea di binari, di “scambi”, di visi, di lingue, di colori, di razze, di voci; è la “Mattanza” durante la quale, ferito a morte, sopravvivi e attraverso la quale (direbbe Goethe) “trapassi dal cielo all’inferno”, in quello spazio-tempo di confine tra l’etereo e il carnale; se c’è qualcosa che non è morto, è il fiato soffiato da Senese nel suo “legno”: è la sua musica che ha suonato, il 31 gennaio, con passione, in un Teatro Sannazzaro pieno in ogni suo posto. Se c’è “Qualcosa ca nu’ mmore” è la forza e il senso della “caduta” nella dimensione live, la sola che restituisce alla musica la sua più umana essenza, per ristabilire il rapporto d’interazione con il pubblico, in quella unicità spazio-tempo di confine tra l’inizio e la fine di un concerto. Un concerto che è durato il tempo necessario per dire ciò che andava detto, l’essenziale per mostrare la verità raccontata di un artista, di un musicista che continua, senza compromessi, a suonare ciò in cui crede. I Napoli Centrale sono stati seminali, tra le massime espressioni artistiche del loro tempo, un gruppo che sin dal suo esordio, datato 1975, ha sempre vissuto di musica e fatto musica e mai “fumm” (parafrasando lo stesso Senese nella celebre intervista del film “No grazie, il caffè mi rende nervoso”), un gruppo, ma soprattutto un modo di fare musica, che James Senese ha saputo conservare come pura forma d’arte pregiata, e che al Teatro Sannazzaro (nell’ambito della splendida rassegna Sound of the City) ha viaggiato e giocato con il tempo tra classici “Campagna“, “‘O nonno mio“, “l’omaggio” di “Chi tene ‘o mare” e brani relativamente più recenti “Sott ‘e lenzuola“, “‘Ngazzate nire“, senza sbavature né elefantiache autoreferenzialità, complice, oltre alla viscerale naturalezza di Senese, una versatile e mobile sezione ritmica composta da Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria e il raffinato apporto pianistico di Ernesto Vitolo, artisti, quest’ultimi, appartenenti al gotha della musica partenopea e italiana”.