Abbiamo intervistato gli Estetica Noir e questo è stato il risultato! Una chiaccherata con una formazione veramente interessante e con cui abbiamo avuto il piacere di interagire per voi di Nel Muschio!

Come vi siete conosciuti?

Ciao a tutti i lettori di Nel muschio! Sono Rik, bassista della band. Gli Estetica Noir sono una band di Torino formatasi circa quattro anni fa. Silvio, il cantante, aveva accumulato tantissimo materiale negli anni e allora mi chiese di ascoltare dei demo, dato che avevamo già suonato assieme in una tribute band dei Cure (gli Other Voices). Da quel momento iniziammo a provare con alcuni musicisti e dopo alcuni inevitabili cambi di formazione, abbiamo trovato con Paolo e Luigi la quadra ottimale.

 

Qual è la vostra concezione di musica oggi?

Siamo in un’epoca del “mordi e fuggi” e raramente l’ascoltatore medio sofferma la sua attenzione su un brano intero, figuriamoci sulla durata di un album, si ascoltano venti secondi di un pezzo e se piace è bene, altrimenti si passa oltre, quindi la qualità non sempre vince sul motivetto o sulla parola “forte” usata solo per stupire; il tutto risulta demotivante per chi cerca qualità e innovazione nelle proprie composizioni. La nostra musica tra l’altro non è da “primo ascolto”, perché ci piace entrare poco per volta nell’ascoltatore. Le nostre canzoni oscillano tra la new wave degli anni ’80 e il goth-rock con elementi elettronici più tipico dei ’90. Ci definiamo una wave-rock band per il fatto che ci piace coniugare alle fredde e malinconiche atmosfere wave, un impatto reale e “sanguigno” supportato da strumenti tradizionali e lasciando all’elettronica uno spazio importante ma non di primo piano. Non è un approccio complicato ma nemmeno “mordi e fuggi”.

 

In un ambiente come quello italiano, quanto è difficile emergere secondo voi? E chi emerge come fa?

In Italia emergere con musica indipendente è quasi impossibile, soprattutto per un genere come il nostro da molti definito “di nicchia”; o si fa parte di certi format, oppure già in partenza diventa difficile, nonostante negli ultimi anni si stia riconoscendo il valore di band indipendenti quali Marlene Kuntz, Afterhours, Il Teatro Degli Orrori… In Italia manca una cultura musicale “generale”, nel senso che si tende a seguire solo determinati generi musicali più “commerciali”, il che è un paradosso vista la musicalità del nostro popolo, ma il fatto che le cover band la facciano da padroni nei locali che propongono live, è già tutto dire. All’estero nel locali ogni sera suonano band che propongono musica originale, ed il pubblico risponde bene ed è presente. Chi riesce ad emergere, oltre a dover necessariamente essere bravo, deve anche avere le giuste spinte sui giusti canali.

 

Come reagisce il pubblico ai vostri live?

Dipende, in Italia ad esempio la risposta è sempre stata buona, ma il pubblico tende ad essere un po’ più freddino nei confronti delle band di casa, si dà sempre più importanza a chi viene da fuori “confine”, anche se a volte c’è più qualità nelle band italiane; nel recente mini tour che abbiamo intrapreso tra Francia e Belgio invece, abbiamo notato, con stupore e soddisfazione, che la gente partecipa di più ai live, sia a livello di presenza, sia a livello di interazione con le band, il pubblico è più coinvolto e pare apprezzare di più le band che propongono musica propria. È stata infatti un’esperienza assolutamente appagante suonare davanti a spettatori di questo tipo, benché anche in Italia abbiamo avuto risposte incoraggianti.

 

Il brano che più vi piace suonare durante un vostro concerto e quello che invece suonate con più difficoltà…

Personalmente il pezzo che mi piace suonare è “She Is Cold” (edito per Darkitalia su “Sparkle In The Dark” vol.4), perché ha groove ed è potente dal vivo, credo valga anche per gli altri ragazzi della band; ultimamente poi abbiamo proposto anche un altro pezzo che ancora non ha titolo e che finirà sul prossimo album; anche questo abbiamo notato con immenso piacere che è apprezzatissimo dal pubblico.

Non abbiamo invece un pezzo che suoniamo con difficoltà, nonostante sia innegabile che alcuni pezzi si prestino più di altri alla riproposizione live.

 

Dove vi vedete fra dieci anni?

Tra dieci anni speriamo di essere ancora insieme a fare musica nuova e vecchia e a suonare ancora tanto dal vivo, siamo una band che predilige sì il lavoro in studio, ma ama suonare live.

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