“Perché non parli?” si racconta che abbia esclamato Michelangelo davanti al suo Mosè (un Mosè “cornuto” dei probabili raggi della gloria di dio(??). Ma questa è un’altra storia…). Ricordo anche che da liceale, quando ascoltavo qualche brano strumentale in compagnia di un “pubblico” meno “vaccinato” a tale genere, immancabilmente mi veniva posta la domanda: “ma quando canta?” … interrogativi questi che difronte all’“afasia” spesso devono restare inevasi. E, infatti, di sovente, la mancanza della “parola” è “cosa buona e giusta” e “cosa veramente buona e giusta” è la strumentale strumentalità del disco “Montesanto Roots” firmato Inner City Affair, compagine musicale composta da Adriano Rubino alla tromba e al flugelhorn, Riccardo Colicchio al sassofono tenore, Alessandro Tedesco e Mario Tammaro al trombone, Dario Della Monica alla chitarra elettrica e alla chitarra acustica, Mattia Leone al pianoforte e alle tastiere, Dario Gessato al basso e Salvio Loffredo alla batteria. “Montesanto Roots” si apre con il “Cielo a scacchi”, e indubbiamente le pulsazioni iniziali del basso e del pianoforte, almeno al mio orecchio, evocano una scacchiera sulla quale si muovono in salto cavalli ska prima dell’entrata della fanteria di fiati e della chitarra: esercito pronto a fare fuoco dal loro sound system contro i vicoli di una Napoli da quartiere popolare. Lontani da embarghi musicali, “Waiting for Gest”, con i suoi richiami da colonia spagnola del centro America, è nave mercantile USA che salpa dalla Jamaica verso le coste messicane (in particolare, un breve passaggio di fiati ha evocato alla mia memoria un frammento della celebre “Spain”). Entrando dall’uscita di retro si arriva a “Exit Throught the Backdoor”, un brano sul filo di un funky/ska più bianco che nero e dal tema vicino alle sonorità anni settanta a me care e da me definite “Aja”. “Tutto resto è ska” si descrive da solo, escludendosi dal contesto, e ponendosi come il brano sicuramente più “jazzato”, da “piccola big band” multietnica, in smoking con scarpe (bi)crome come i tasti di un pianoforte, sotto le luci di un salone da ballo a divertire un popolo statunitense prima dell’operazione “Z” nipponica a Pearl Harbor. “Montesanto Roots” si presenta come uno splendido reggae dall’affascinate tema metropolitano a tinte noir, un brano che poi muta in un “inseguimento” di fiati e chitarra tra le strade e i vicoli di uno ska notturno. “Early morning Ska” fa fede al titolo con la sua “freschezza” da promenade diurna su un lungomare assolato ma non eccessivamente caldo, dove i ritmi ska sono solo il pretesto e lo sfondo per gli acquarellati assoli dopo i quali, verso sera, ci si perde tra le pieghe dell’“Indagine”, primo brano non a firma degli Inner City Affairs, ma ottima rilettura del classico “morriconiano” tratto da “Investigation of a Citizen Above Suspicion”. Qui, rispetto all’originale “colonna sonora”, non vi è l’angosciante suspense ma una claustrofobica tensione data un ritmo più serrato, che rende il brano perfettamente integrato nell’atmosfera del disco e gli dona una piacevolissima aria “urban”. “Red Mirror”, caratterizzata dal bell’incipit di chitarra e dalle sempre ottime orchestrazioni dei fiati, e il gemellare ritmo dondolante di “Twins’ rumba” contribuiscono a dare corpo e sostanza, con i loro intrecci di fiati, all’intero lavoro che vede degna conclusione nel secondo e ultimo brano non a firma del gruppo “W la campagna”, dove gli Inner City Affairs, in uno a quanto cantato da Nino Ferrer, restano (coerentemente) nelle sonorità legate “all’infelice” città ciò malgrado l’obbligato tema li spinga vero una più “agreste” ambientazione. “Montesanto Roots” è un altro piccolo tassello da inserire nella “buona” musica che Napoli da sempre propone (Inner City Affair “Montesanto Roots” – Marco Sica).