Pareidolia musicale che, come atea apparizione, sostituisce la teofonia a musicali visioni di cieli e nembi che prendono “forma” nei brani dell’esordio discografico (datato 2016)del gruppo romano Glittering Noise, composto da Leonardo Vitacolonna (voce, chitarra e sintetizzatore), Luca Lobefaro (batteria), Simone Di Leo (basso e sintetizzatore). È evidente, da tutte le scelte linguistiche adottate, che i Glittering Noise hanno deciso di puntare a un “mercato” internazionale e di internazionale ispirazione, obbiettivo questo a parere di chi scrive perfettamente riuscito. Le “nuvole” di “Shapes in the Clouds” sono compatte nel loro insieme e costituisco un unico “fronte”, coerente nelle scelte musicali sia delle elettrificazioni delle chitarre, sia degli inserti di elettronica, tutti sempre in una perfetta alternanza di equilibrio tra loro come calde correnti ascendenti con fredde correnti discendenti. E a ben sentire, tutto il disco trova il suo punto di forza in un alternato di voce e strumentale, di sintetizzato e “vibrato”, di melodico e di noise; un alternato perfettamente incarnato nello strumentale brano “Robots in Love”.

Il disco si apre con la suggestiva traccia omonima che da un arpeggio iniziale di chitarra che dà “tempo al tempo”, passa ora a pulsanti aperture di sintetizzatore, ora a “ondeggianti” ritmiche. Nel “vibrato” di “Couldn’t say Goodbye” fa dapprima “leva” e comparsa la caratteristica voce di Leonardo Vitacolonna e poi i primi eco di rumori. In “Climbing” inizia ad arrampicarsi con maggior insistenza l’elettronica che trova il suo “stato di grazia” negli archi sintetizzati. “If” è una ballata dagli sfondi “industriali” e dal richiamo “glitch”. Passando di traccia in traccia, si ha come l’impressione che l’elettronica trovi sempre più spazio, riproponendosi preponente sia nell’incipit che nella chiusura di “Sunflowers” oltre che nell’apertura “scampanellante” di “Emptiness”, caratterizzata dal bel cambio di registro legato all’entrata della voce. “Robots in Love”, come già detto, riassume un po’ tutti gli elementi del disco ed è lo strumentale più “riuscito” al gusto chi scrive. “Let by the Moonlight” presenta una gradita “acusticità” e un’ottima orecchiabilità, facendo per un attimo dimenticare l’elettronica che però si impone subito dopo con “Mother’s Caress” e con i suoi sintetizzatori retrò quasi da videogame anni ottanti e con un cantato che la rendono, per me, il brano più bello dell’intero disco. “Plastic Paradaise” è più un purgatorio di plastica che un paradiso, dove se la plastificazione riempie tutti gli spazi del brano, il ritmo e le scarnificazioni dell’elettronica si avvicinano di più all’attesa di un penitente.

Chiudono il disco le “strade” del futuro di “Streets”, asfaltate di suoni “sintetici” e percorse da un ripetuto tema martellante e da una “rabbiosa” apertura di speranza date dalle distorsioni prima del sommesso finale

(Glittering Noise “Shapes in the Clouds” – Francescandrea)

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