Prologo: La copertina, a cura della sempre impeccabile artista tedesca Gesine Arps, è chiara immagine di un lavoro che cavalca l’arte verso il valore dell’espressione.

Se alcuni musicisti, negli anni sessanta e settanta, hanno sdoganato definitamente l’abbattimento dei generi musicali, la globalizzazione ha sancito l’abbattimento delle “tradizioni”, rendendo la musica “etnica” orfana di genitori, di nazionalità e apolide cittadina del “dovunque”. E così, errando, ti capita di imbatterti nel bel disco di Frida Neri, che come cantautrice e interprete “globalizza”, in un ideale “no logo”, diverse terre che perdono l’aggettivo “mia” per diventare “nostre”, in un’utopica, ma sperata, consapevolezza di aver tutti la responsabilità verso il “sasso sul quale posa il nostro culo” (per dirla alla Silvestri, Gazzè e Fabi) o, se si preferisce, verso la celebre “terza pietra dal sole” di Hendrix. “Alma” è il secondo disco di Frida Neri, pubblicato cinque anni dopo l’EP omonimo del 2012, che, coerentemente con la sua voglia di superare le barriere della musica, pone come porte d’ingresso e di uscita due brani, rispettivamente dal titolo “La Marea” e “Io ero una terra”, caratterizzati da una voce narrante. Il brano eponimo “Aida” (proposto anche in una seconda versione con Massimo Zamboni – ex CCCP e CSI – alla chitarra), è donna di verdiana memoria così come fu per Rino Gaetano, ed è brano che dalle sabie egizie si sposta in Italia, dove la descrizione della nostra “nazione” cede il passo a una più profonda ricerca della propria identità: “santa, straniera, avara e generosa così io saprò chi sei così io saprò chi sono”. Nell’ondivago respiro del disco, tra i brani “originali”, si alternano, poi, reinterpretazioni che vanno da “Canção de embalar” del portoghese José Zeca Afonso, al tradizionale napoletano canto di protesta “il Canto delle lavandaie del Vomero” del XII/XIII secolo (reso celebre da Roberto De Simone e dalla sua Compagnia di Canto Popolare), il tutto passando per l’altrettanto tradizionale canto salentino in dialetto grìko “Aremu rindineddha”, per il greco “Parapono” (firmato anche dal musicista Armeno-Statunitense Ara Dinkjian) e per il “Canto dei Sanfedisti” e le sue vicende della breve repubblica partenopea del 1799, così ben descritte da Enzo Striano nel suo “Resto di Niente”. In “Alma” ci sta, poi, anche l’ulteriore spazio per porre l’interrogativo: “Quale voce proviene dal suono delle onde, che non è la voce del mare?”, quesito, questo, che trova risposta nelle parole di Fernando Pessoa cantate da Frida Neri in “As ilhas afortunadas”. Terminato l’ascolto di “Alma”, si può concludere che l’indubbio pregio di Frida Neri è quello di essere riuscita a mantenere, grazie anche ai musicisti presenti nel disco, una compattezza dell’intero lavoro che in nessun modo soffre le diverse influenze culturali dei vari brani sia sotto il profilo linguistico dei testi che musicale

(Frida Neri “Alma” – Marco Sica).

nelmuschio.