• Ciao! Prima domanda per rompere un po’ il ghiaccio, perché Clustersun?

Ciao da tutti noi e grazie per lo spazio dedicatoci! Il nome della band è uscito fuori in maniera del tutto casuale. Generalmente i nostri brani nascono da lunghe jam in sala prove, che registriamo sempre, in maniera da poterle successivamente riascoltare, valutare ed eventualmente sviluppare in tracce compiute. Per identificare questi “frammenti sonori” usiamo nomi evocativi di sonorità, band o proprio titoli di canzoni note storpiati in maniera comica o nonsense, così da ricordarci subito di cosa si tratta anche qualora dovessimo recuperarle dopo qualche tempo. Spesso ci capita di storpiare il titolo di brani noti, e proprio una delle prime jam uscite fuori, che richiamava le atmosfere dello strumentale dei Pink Floyd “Cluster One”, venne battezzata Cluster Sun. Ancora la band non aveva nome, ma al momento di sceglierlo ci venne in mente di usare proprio questo, trasformato in parola unica: ci piaceva sia il suono in sé, che il concetto sotteso, molto psichedelico e quindi perfettamente adatto alla nostra musica.

• Il vostro genere in Italia è poco valorizzato, secondo voi, perché?

In generale qui in Italia si fa molta fatica con una proposta cantata in inglese e con sonorità non convenzionali quali sono quelle dello shoegaze, della psichedelia, del post-punk e dello space-rock: sono proprio elementi distanti, purtroppo, dalla nostra cultura musicale. Tuttavia, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo riscontrato una attenzione crescente per il genere, sia come effetto traino del grande revival internazionale di queste sonorità, sia grazie al proliferare di band validissime, in grado di conquistare un ottimo riscontro oltre confin, e quindi diventate impossibile da ignorare anche qui nel Belpaese. Ovviamente si ragiona sempre di una nicchia, che meriterebbe comunque maggiore esposizione e visibilità.

• Il secondo album è sempre una scommessa, come avete vissuto l’esperienza di mettervi di nuovo in gioco con una seconda produzione?

Dopo l’ottimo riscontro del nostro primo album “Out Of Your Ego” (2014), che ci ha dato visibilità in Italia e all’estero, portandoci a suonare fin negli Stati Uniti, non vedevamo l’ora di metterci alla prova nuovamente, consapevoli che il tempo trascorso e l’esperienza live avessero fatto maturare un approccio nuovo. Tre anni fa i brani erano nati con un piglio più etereo e una forte componente wave; le canzoni di “Surfacing To Breathe”, invece, sono evidentemente intrise del sudore e dei volumi del palco, pur senza rinunciare alle atmosfere dilatate: abbiamo spinto ancora di più sullo shoegaze e sulla psichedelia. Il suono è più stratificato, muscolare e denso, grazie al grandissimo lavoro svolto in fase di missaggio da Alessio Pindinelli (chitarrista de La Casa Al Mare, che ha anche coprodotto con noi il disco) e Fabio Galeone del Wax Recording Studio di Roma, magnificato dal mastering di Carl Saff. Le registrazioni sono state condotte alla grande dal nostro tastierista Piergiorgio Campione allo Studio12 Recording di Catania, e questo ci ha consentito un efficace controllo sulle tracce e notevole libertà in termini di sperimentazione.

• Italia vs Estero: avete già suonato fuori dal bel paese, quali differenze avete notato?

La sensazione più evidente è che all’estero ci sia un pubblico più curioso e privo di condizionamenti, oltre ad essere, per questioni culturali, generalmente più incline a certe sonorità. In Italia purtroppo c’è meno entusiasmo e voglia di scoprire roba nuova; l’atteggiamento è un po’ più provinciale, e in assenza dell’imbeccata decisiva di blog, siti e influencer vari della scena indie, il rischio di passare inosservati è concreto, pur con proposte davvero valide. In generale fuori c’è molta più considerazione e rispetto per le esigenze e il ruolo dei musicisti, sia da parte del pubblico, che di chi gestisce i locali/club/sale da concerto. E poi due chicche random: all’estero vanno matti per il merchandise; in Italia c’è il terrore del volume troppo alto.

• Scegliete cinque brani che più vi hanno influenzato nella vostra carriera artistica.

Difficilissimo, ma ci proviamo:
• Pink Floyd – A Saucerful Of Secrets
• Joy Division – Interzone
• My Bloody Valentine – Sometimes
• Slowdive – Primal
• Ride – Dreams Burn Down

• Da dove nasce la vostra collaborazione con Seahorse Recordings?

Tutto è nato dall’incontro con Paolo Messere, boss di Seahorse, che ci ha scoperti e apprezzati quando ancora eravamo nel bozzolo della nostra sala prove, e ci ha dato fiducia scaraventandoci subito in studio di registrazione per produrre il nostro primo album. Un musicista, un produttore e soprattutto un amico impareggiabile.

• Con quali artisti vi piacerebbe di più collaborare?

Ci faremmo asportare organi vitali pur di poter suonare 15 secondi con Rachel Goswell degli Slowdive. Ma sarebbe bellissimo collaborare anche con Alex Gehring dei Ringo Deathstarr, Sharin Foo dei The Raveonettes, Elena Tonra dei Daughter, Jehnny Beth delle Savages… ok, ok… il fatto che siano tutte donne bellissime è comunque solo una coincidenza.

• Dove vi vedete tra dieci anni?

A fare quello che facciamo adesso, ma a volumi ancora più alti.

Loro sono i Clustersun, Surfacing to breathe è il nuovo album. ASCOLTA QUI